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Senza un piano straordinario di rilancio, il settore ovi-caprino, il segmento principale per l’economia sarda, dove rappresenta uno spaccato non solo economico ma anche sociale rilevantissimo, rischia di chiudere.

Un sistema, quello ovi-caprino, che alleva oltre 3 milioni di capi e produce oltre circa 300.000.000 di litri di latte, in molti territori rappresenta l’unica alternativa produttiva, che se venisse a mancare rischierebbero un dramma sociale di proporzioni immani oltre a un successivo abbandono, a cui seguirebbero tutti gli effetti connessi allo spopolamento.

Costi ed indebitamento crescenti, remunerazione del latte al di sotto dei costi di produzione ed un livello di competitività per il prodotto trasformato sempre più difficile condizionano l’economia del settore, ormai allo stremo. Un quadro complessivamente deteriorato che ha bisogno di interventi strutturali, che avviino un percorso di crescita economica.

Confagricoltura Sardegna ricorda che sul comparto pesano in misura significativa rapporti di filiera difficili e caratterizzati dall’assenza di un accordo sul prezzo del latte; una carenza che acuisce l’incertezza dei produttori ed alimenta comportamenti irrispettosi del duro lavoro degli allevatori, tutti elementi che hanno contribuito ad accrescere la rabbia di un sistema che vede sempre più nubi addensarsi sul futuro delle imprese.

Non esiste, se non in casi sporadici, un contratto scritto; gli allevatori conferiscono il latte agli industriali privati sulla base di un accordo verbale che prevede il pagamento di un acconto ed un ipotetico saldo da definire a fine campagna. L’allevatore pertanto opera in una situazione di totale incertezza economica che non gli consente di programmare l’attività d’impresa.

A questo si aggiunga:

Ø  che la Regione il 27 luglio 2011 in Conferenza Stato Regioni che all’ordine del giorno prevedeva una intesa sullo schema di decreto del Ministro dell’Agricoltura recante “Modifiche al decreto ministeriale 29 luglio 2009, concernente disposizioni per l’attuazione dell’articolo 68 del regolamento 73/2009, non è riuscita ad ottenere un incremento dei fondi per il settore ovicaprino come richiesto da Confagricoltura Sardegna,

Ø  che la Misura 215 del PRS Sardegna sul benessere animale, che dovrebbe favorire la partecipazione degli allevatori sardi, rischia di avere l’effetto contrario in quanto prevede degli impegni assurdi per gli allevatori;

Ø  che finora la L.R. 15.2010 risulta, anche per la parte inerente l’ovicaprino ad eccezione dell’art. 1, inattuata.

Gli allevatori di Confagricoltura si attendono che la Regione si impegni:

v  A definire una chiara strategia di sviluppo per il settore. La crisi strutturale del settore zootecnico ovino richiede, per una sua risoluzione, un intervento che implichi una reale modificazione della politica agricola regionale e che faccia diventare le problematiche sul prezzo del latte la conseguenza di una azione di più ampio respiro, capace di compiere una scelta di diversificazione dell’azione d’indirizzo e di sostegno dello sviluppo del settore lattiero-caseario ovino. E’ necessario un piano di rilancio del settore che abbia come obiettivi principali la competitività delle imprese, una più ampia aggregazione del latte tal quale, una politica di diversificazione che consenta di sviluppare un allargamento della tipologia di offerta delle produzioni lattiero casearie, la capacità di penetrazione sui mercati e non ultima la semplificazione amministrativa.

v  A favorire un patto di filiera attraverso la convocazione di un tavolo di filiera di cui si faccia garante. Oltre alle strategie di sviluppo del comparto è necessario avviare un moderno ed ampio processo di riorganizzazione e ammodernamento dell’intera filiera lattiero-casearia, caratterizzata da una moderna cultura che faciliti l’instaurarsi di rapporti nuovi e una proficua collaborazione tra le diverse componenti della filiera stessa.

Tra industria e agricoltura è indispensabile, infatti, una sempre più stretta collaborazione per una strategia di sopravvivenza reciproca, un patto di filiera che crei vantaggi in maniera equa per tutto il comparto e non solo per una parte.

Patto di filiera che preveda, così come previsto dal tavolo nazionale:

ü  Contratto quadro di filiera;

ü  Contratto tipo per la fornitura del latte;

ü  Tabella pagamento in base alla qualità, sulla base di una tabella condivisa e non come avviene oggi: diversi industriali stanno adottando delle tabelle di pagamento del latte a qualità stabilite unilateralmente;

ü Monitoraggio di mercato ed indicizzazione del prezzo con la fissazione dei parametri per la determinazione del prezzo del latte. Un meccanismo, cioè, basato sui reali parametri di mercato che garantisca terzietà, trasparenza, imparzialità e affidabilità delle fonti e che metta in campo tutti i dati relativi alla produzione, alla trasformazione e alla commercializzazione. Si potrebbe ripartire dall’art. 6 dell’accordo sul comparto ovicaprino del 2005 che prevedeva la fissazione dei parametri di mercato per la determinazione del prezzo del latte. Solamente dopo questo passaggio si potrà portare avanti un progetto per il miglioramento della qualità del latte attraverso l’individuazione di parametri che classificano il valore del latte destinato alla trasformazione.

Sulle principali piazze europee (Spagna, Francia, Lazio, Toscana) che hanno gli stessi sistemi di protezione sociale, soggiacciono alle stesse nostre regole e normative, sostengono costi simili ai nostri in termini di fattori produttivi, ecc. il latte ovino vale 1 € escluso IVA.

Gli industriali caseari sardi lavorano circa il 50% del latte ovino prodotto in Sardegna, che per oltre il 65 % trasformano in formaggi molli, freschi o comunque in produzioni ad alto valore aggiunto, e solamente meno di un 1/3 è destinato alla produzione di Pecorino Romano. Pertanto sono in grado di pagare il latte ovino per il suo valore reale.

Quelle cooperative che producono P.R. pagano lo stesso prezzo degli industriali perché il prezzo è imposto dall’industriale che acquista da loro il P.R. Le cooperative che invece non producono, o producono in piccole quantità P.R., pagano il latte a un prezzo più elevato di quello pagato dagli industriali.

Inoltre non si capisce come mai gli industriali paghino un prezzo del latte unico, o che varia di qualche centesimo, pur essendo tra loro molto variegati in termini di quantità di latte lavorato, di realtà economiche produttive, di costi di trasformazione, di tipologie di formaggi prodotti, di mercati di riferimento, ecc.

Altra questione aperta è quella relativa all’IVA. In tutti i contratti di compravendita che hanno dunque per oggetto il trasferimento della proprietà di un bene o un servizio, il prezzo specificato è sempre al netto di IVA. Nel caso del latte ovino, in Sardegna il prezzo è sempre da intendere IVA inclusa. E’ questo un problema da chiarire una volta per tutte anche perché gli industriali non pagano l’IVA al 10% sull’acquisto del latte ma incassano quella sulla vendita formaggio al 4% che diventa non un debito nei confronti dello Stato ma un guadagno netto per l’industriale.

v  A potenziare l’osservatorio sul comparto ovicaprino. Per avviare una trattativa sul prezzo, infatti, è necessario disporre di dati caratterizzati da requisiti di trasparenza, terzietà, imparzialità e affidabilità delle fonti che metta in campo tutti i dati relativi alla produzione, alla trasformazione e alla commercializzazione. Ad oggi non si dispongono dati reali sulla produzione di latte, sulla quantità di latte conferita all’industria privata, non si conoscono dati certificati sulla destinazione casearia del latte stesso; mancano dati certi sulle giacenze di pecorino romano, non si conoscono le quantità prodotte, quelle esportate, i prezzi di vendita e i mercati dove viene esitato il pecorino romano. Insomma non si conoscono quei parametri che dovrebbero essere la base su cui costruire quel meccanismo che consente di determinare un prezzo di mercato del latte ovino. Manca, in definitiva, una fotografia certa degli elementi economici del comparto.

v  A risolvere le problematiche inerenti l’anello debole della catena: la cooperazione. E’ necessario sanare quella bizzarra incongruenza inerente la commercializzazione del P.R. che risulta prevalentemente gestita dalla componente industriale privata dal momento che la cooperazione vende il proprio prodotto per lo più agli industriali privati i quali da un lato speculano sulla vendita del romano, dall’altro impongono alle cooperative il prezzo del latte da liquidare ai propri soci governando così la filiera in posizione dominante.

v  Ad attuare interventi per alleviare le condizioni di indebitamento e facilitare il ricorso al credito di esercizio attraverso l’attivazione dell’art. 23 della L.R. 15/2010.

 

Per ottenere questo è necessario:

*      sostenere una più ampia aggregazione dell’offerta, sia riferita al latte “tal quale”, sia ai formaggi. L’Istituzione regionale deve favorire la promozione ed il sostegno delle OP, unici organismi abilitati alla stipula di intese di filiera, contratti quadro e accordi di fornitura con gli acquirenti, strumenti riconosciuti dalla legislazione vigente ed elemento di trasparenza per una moderna contrattazione. A questo proposito sarebbe opportuno verificare il fondamento delle notizie che vedono gli industriali costituire OP di comodo;

*      attivare l’art. 8 della L.R. 15/2010 che stanzia fondi per la capitalizzazione delle cooperative;

*      trovare mercati alternativi a quello americano, dove finisce circa il 70% del pecorino romano prodotto in Sardegna e che permette agli americani, essendo in buona sostanza unico cliente di riferimento, di imporre il prezzo d’acquisto;

*      diversificare, per es. studiando una diversa lavorazione del pecorino romano, abbassando per esempio il tenore salino sotto il 5%, per caratterizzarlo anche come formaggio da tavola al fine di renderlo più gradevole al gusto del consumatore e pertanto più competitivo specialmente nei mercati extra-americani.

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