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A tutela dei consumatori, e al fine di garantire una completa e corretta informazione in ordine alle caratteristiche dei prodotti alimentari, la legge 3 febbraio 2011 n. 4, all’articolo 4 sancisce l’obbligatorietà di riportare nell’etichettatura dei prodotti alimentari anche l’indicazione del luogo di origine o di provenienza.

Il predetto articolo 4, al comma due, stabilisce che “per i prodotti alimentari trasformati, l’indicazioneriguarda il luogo in cui e’ avvenuta l’ultima trasformazionesostanziale e il luogo di coltivazione e allevamento della materiaprima agricola prevalente utilizzata nella preparazione o nellaproduzione dei prodotti”.

La suddetta disposizione rinvia all’emanazione di decreti interministeriali del Ministro delle politicheagricole alimentari e forestali e del Ministro dello sviluppoeconomico la definizione, tra l’altro, delle modalità di indicazione del luogo di origine o di provenienza da riportare nell’etichettatura dei prodotti alimentari.

I predetti decreti attuati ad oggi non sono ancora stati emanati.

L’estensione dell’obbligo di etichettatura di origine, già previsto in Europa per la carne bovina, ad altre carni (maiale, pollame, agnello e capra) è un primo passo importante per la tutela del consumatore, ed è a maggior ragione necessaria un’estensione del predetto obbligo anche alle carni, utilizzate in alimenti trasformati dove più spesso si verifica l’inganno del “falso Made in Sardinia".

A conferma di ciò marchi prestigiosi quali Vismara o Fiorucci utilizzano il nome sardo per valorizzare il proprio prodotto evidentemente perché il termine sardo è sinonimo di qualità e da ai loro prodotti un valore aggiunto notevole.

Un utilizzo assolutamente improprio, fuorviante e ingannevole perché in questi prodotti non c’è nulla di sardo.

Il dramma è che questo marchio non potrebbe essere nemmeno utilizzato dai salumifici sardi dal momento che dei 69 salumifici sardi autorizzati quasi nessuno utilizza materia prima proveniente da allevamenti sardi.

Nella nostra isola, infatti, sono regolarmente in commercio salumi derivanti da suini esteri e spesso il consumatore acquista salumi “trasformati” in Sardegna che in realtà non hanno nulla di sardo.

I numeri infatti ci dicono che nella produzione di salumi le carni suine sarde sono il 10%, mentre il restante 90% utilizzano carni nazionali ed estere.

Ciò significa che nella nostra isola la maggior parte dei salumi sono ottenuti con carne di animali allevati all’estero senza alcuna informazione per il consumatore.

E non vale la scusa che in Sardegna c’è la peste suina e che dunque i trasformatori non possono esportare. Anche qui i numeri ci sono di aiuto: il mercato di riferimento dei salumi prodotti in Sardegna è per l’85% quello regionale e solamente il 15% delle produzioni va oltre i confini isolani (mercato nazionale 13%, estero 2%).

La mancata obbligatorietà dell’indicazione della provenienza e dell’origine della materia prima anche per i prodotti alimentari trasformati non offre una effettiva tutela ai consumatori.

Il nuovo governo nazionale dovrà provvedere in tempi brevi all’emanazione dei decreti attuativi al fine di consentire che nelle etichette delle carni e dei salumi venga resa obbligatoria l’indicazione dell’origine delle materie prime.

Il governo regionale deve avviare politiche di promozione che invitino al consumo di prodotti della “Filiera suinicola sarda” nel circuito regionale, prevedendo la tutela del marchio “Sardegna”/“di Sardegna” nei banchi di vendita e nei menù proposti al consumatore e deve porre in essere azioni amministrative capaci di incoraggiare l’utilizzo del riferimento alla Sardegna solo per le produzioni di origine regionale, valutando la possibilità di introduzione di specifiche sanzioni per l’abuso nell’utilizzo dei riferimenti territoriali per prodotti di origine non regionale.

Dovrà, inoltre, promuovere ed accompagnare la costituzione di uno o più comitati promotori per il riconoscimento di DOP o IGP degli insaccati di suino prodotti in Sardegna, in particolare di quelli ottenuti dal “Suino di razza sarda”.

A questo proposito le politiche di rilancio del comparto non possono prescindere dalla valorizzazione del suino autoctono. E’ necessario realizzare un piano di valorizzazione del suino razza sarda con l’obiettivo di tutelare e promuovere la produzione di carni ed insaccati ottenuti esclusivamente con suini nati e allevati in Sardegna. Questa intuizione in Spagna ha portato all’eradicazione della PSA dall’intero territorio nazionale creando sviluppo economico anche nelle aree marginali.

Parallelamente sono opportuni maggiori controlli sulle carni che entrano nel territorio regionale. Ogni settimana entrano nell’isola almeno parecchi autotreni di suini esteri che poi sui banchi del mercato diventano sardi. Come già detto l’85% delle produzioni sardizzate vengono vendute in Sardegna, e sono vendute come produzioni sarde.

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